La fila davanti a un museo è un indicatore di performance, un dato che nel marketing chiameremmo conversion rate. Ma cosa spinge così tnate persone a mettersi in coda per vedere le sculture di Ron Mueck?
In un mondo saturato da immagini digitali perfette, levigate e filtrate, l’iperrealismo di Mueck agisce come un corto circuito. Non è solo “copia della realtà”; è un’amplificazione del perturbante. Mentre sui social cerchiamo di nascondere il dettaglio non conforme, Mueck lo ingigantisce.
Nel digitale lavoriamo per segmentare gli utenti in cluster, cercando di prevederne il comportamento. Mueck fa l’opposto: mette lo spettatore davanti a un’individualità così estrema e carnale da essere imprevedibile. Le sue opere non sono “contenuti” da consumare in uno scroll, ma presenze che richiedono uno spazio fisico, lo stesso spazio che stiamo lentamente perdendo nei nostri percorsi di navigazione automatizzati.
Questa riflessione nasce visitando la sua personale a Milano, ma il tema resta aperto: in un futuro dominato dall’intelligenza artificiale generativa, quale sarà il valore dell’opera che “pesa”, che occupa una stanza e che ci costringe, finalmente, a stare in coda?
Il fascino inquieto dell’iperrealismo
Si inizia con l’intimità di una donna nel letto: In Bed (2005). È enorme. E questa sproporzione non è spettacolo: è ciò che ti costringe a restare lì. Lo sguardo di lei è senza sorriso, pesante, e ti sembra quasi di poter intervenire sul corpo dell’opera. Io mi sono fissata su un dettaglio stupido: un ciuffo che sfiora l’occhio. Mi dà fastidio perché non posso spostarlo.
100 teschi bianchissimi
Poi arrivi a Mass (2017): cento teschi giganteschi ammucchiati, un bianco che sa di candeggina.
Il giorno della mia visita la luce rosa del tramonto entrava da fuori e cambiava tutto: la massa diventava quasi una natura morta. Nessun sangue, nessuna violenza “fresca”. Sembra passato molto tempo. Un tempo non polveroso: sterile.
Il sorriso di chi sa
Nell’ultimo spazio ci sono altre sculture. Ne scelgo una: Woman With Sticks (2009). Una donna nuda in scala ridotta che trasporta rami spinosi. Il corpo è morbido, la postura è faticosa, e però lei ha un sorriso sornione. È un sorriso che sposta il baricentro: non è vittima, non è eroina. È come se sapesse qualcosa che tu non sai ancora.
3 guardiani guardinghi
Quasi in chiusura, tre cani neri giganteschi: En Garde (2023). L’aria è inquisitoria e difensiva insieme. La gente rallenta, si ferma, cambia prospettiva. È un’uscita “sorvegliata”: non puoi liquidare la mostra con una foto e via.
Ron Mueck, En Garde, 2023
Riassumendo
Cosa vedere: Ron Mueck
Quando: 5 dicembre 2023 – 10 marzo 2024 (mostra conclusa).
Dove: Triennale di Milano, viale Emilio Alemagna 6.