Esiste una tensione sottile tra libertà e costrizione: tra l’idea di “navigare” uno spazio e l’essere, invece, guidati. I Corridors di Bruce Nauman all’HangarBicocca non sono un esercizio di contemplazione: sono un test di resistenza psicofisica.
Nel mio lavoro quotidiano progetto user journey: percorsi che dovrebbero essere fluidi, frictionless, senza attrito. Nauman compie una scelta diversa, e lo fa con una chiarezza quasi brutale. Corridoi stretti, luci al neon accecanti, scelte ridotte al minimo: non ti lascia scivolare via. Ti costringe a sentire il corpo — e i limiti — come parte dell’esperienza.
Da qui la riflessione: nel digitale siamo ossessionati dal rendere tutto facile, immediato, invisibile. Ma quando tutto è troppo fluido, l’utente smette di accorgersi di stare attraversando qualcosa. Nauman ribalta il principio: il vincolo diventa linguaggio. Forzare una sosta, restringere il campo visivo, imporre un ritmo non è necessariamente un difetto di progettazione; può essere il modo più diretto per produrre memoria.
E infatti si fa la fila: perché, anche sapendo che non sarà “piacevole”, vuoi capire cosa succede a te dentro quei dispositivi. La mostra mette in relazione lavori distanti e ti fa vedere la stessa ossessione tornare con variazioni minime: spazio, controllo, linguaggio, tempo. Cambiano i dettagli. L’effetto resta.
Dream Passage with Four Corridors (1984)
È l’opera con cui si apre il percorso. Una pianta a croce: quattro corridoi che convergono in una stanza centrale. Di questi, solo due sono accessibili, e già questa è una prima lezione: l’esperienza è guidata, non è libera.
Le luci sono fluorescenti (giallo e rosso). Cammini dentro un colore saturo e, man mano che avanzi, intravedi al centro qualcosa di familiare: tavoli e sedie. Poi capisci che la familiarità è una trappola. Perché una parte dell’arredo è “normale” (a pavimento) e una parte è capovolta e fissata al soffitto.
Il punto non è l’effetto “sottosopra” in sé. Il punto è la distanza: Nauman costruisce un desiderio (arrivare, toccare, sedersi, oltrepassare) e poi lo nega. Lo senti subito: la curiosità cresce proprio perché c’è un limite chiaro, fisico, non negoziabile.
E in mezzo resta quel misto di disorientamento e lucidità: stai facendo una cosa banalissima (camminare), ma all’improvviso ti rendi conto che il tuo corpo sta “leggendo” l’ambiente prima della testa.
Bruce Nauman, “Dream Passage with Four Corridors”, 1984
bbbbbbrrrrrruuuuuuuuuuucccccceeeeee (1968)
Qui Nauman fa il contrario: invece di stringere lo spazio, stira il linguaggio.
Il suo nome non è più un’etichetta, né una firma: diventa un pattern. Una sequenza di lettere ripetute, tutta minuscola, che smette di funzionare come parola e inizia a funzionare come forma. È un neon azzurro, freddo, che non ti abbraccia: ti tiene a distanza.
La cosa che mi interessa di questo lavoro è che non “comunica” qualcosa. Ti mette davanti un paradosso semplice: riconosci che è scrittura, ma non riesci a usarla come scrittura. Il linguaggio si sposta nell’ambito visivo e, una volta lì, diventa quasi un corpo: ha ritmo, peso, durata.
E se all’inizio ti viene da decifrarlo, dopo un po’ capisci che il punto non è leggere bene. È accettare che anche un nome — che dovrebbe definire — può diventare un dispositivo neutro, ripetibile, impersonale.
One Hundred Live and Die (1984)
Se i corridoi ti prendono fisicamente e il nome ti sposta sul piano del segno, One Hundred Live and Die ti chiude in una parete di frasi.
Neon su neon: combinazioni brevi che ruotano attorno a “live” e “die”. Si accendono in sequenza, poi insieme, poi di nuovo a tratti. Il risultato è che non riesci a prendere tutto in un unico colpo d’occhio: sei costretto a leggere a scatti, come quando la mente si inceppa su certe parole.
È un lavoro semplice e cattivo, nel senso migliore: ti dà un muro di linguaggio, ma non ti concede una sintesi. Perché una sintesi della vita (e della morte) non c’è. O meglio: se c’è, non sta nel linguaggio.
E qui la mostra torna a chiudere il cerchio: Nauman usa lo spazio per controllare il corpo e usa le parole per controllare la mente. Non perché ti spieghi qualcosa, ma perché ti fa fare esperienza dei limiti.
Bruce Nauman, “One Hundred Live and Die”, 1984
Riassumendo
Cosa vedere: Bruce Nauman. Neons Corridors Rooms
Quando: 15 settembre 2022 – 26 febbraio 2023 (mostra conclusa)
Dove: Pirelli HangarBicocca, Via Chiese 2, Milano
Curiosità: Mostra organizzata in collaborazione con Tate Modern (Londra) e Stedelijk Museum (Amsterdam), con un focus specifico sulla ricerca spaziale e architettonica di Nauman e sulla relazione tra corridoi/stanze, neon, suono, linguaggio e video.