Una mostra aperta ad altre culture
In una società in cui quasi tutto passa da uno schermo, il corpo è diventato un paradosso: è ovunque (nelle foto, nei video, nei feed), ma è sempre più raro come esperienza, come peso, temperatura, attrito. Lo vediamo continuamente, ma lo tocchiamo poco. Lo misuriamo (passi, battiti, sonno), ma lo abitiamo a intermittenza.
JAPAN. BODY_PERFORM_LIVE funziona, al di là delle date e del contesto, come un promemoria brutale: l’arte non è solo immagine da consumare, è un evento che accade a qualcuno, con un corpo vero, in uno spazio reale. E quando una mostra insiste su performance e corporeità, finisce inevitabilmente per parlare anche di noi: di come ci muoviamo nel digitale, di come “scorriamo” contenuti, di come confondiamo presenza con visibilità.
Il percorso (curato da Shihoko Iida e Diego Sileo) tiene insieme politica, società, ambiente, materialità e tecnologia senza farne un tema “futuristico”: qui la tecnologia è quella che già abitiamo, spesso senza accorgercene. E il corpo è il punto in cui tutto torna a essere concreto: vulnerabilità, desiderio, controllo, esposizione.
Dentro questa cornice, mi sono agganciata ad alcuni lavori che rendono fisica una tensione che nel digitale tendiamo a neutralizzare: il cilindro di rame di Saburo Muraoka a 36,7°C (il dato che diventa sensazione), Cut Piece di Yoko Ono (lo sguardo che diventa gesto, e il gesto che diventa invasione), e le immagini di Lieko Shiga. Poi, più sotto, mi fermo su quattro opere che per me fanno da bussola.