La mostra: Re–coding e la re-immaginazione
Vedere Re–coding è come entrare in un archivio che si è messo in moto. Non è “digitale” nel senso decorativo del termine: è digitale come lo è una lente. Ti fa riconoscere l’iconografia, ma te la restituisce con uno scarto: familiare, eppure spostata.
La mostra è costruita su tre aree – iconografia classica, sculture non finite, pittura di paesaggio – e il filo è sempre lo stesso: ricodificare la storia dell’arte con robotica, AI e software generativi, non per sostituirla, ma per farne emergere un’altra grammatica. Ricodificare non è un gesto neutro: significa scegliere cosa dell’immagine vale la pena trattenere e cosa può andare perso. E questa scelta – anche quando è “solo” estetica – somiglia molto a come funziona oggi lo sguardo digitale: ridurre la complessità a pattern riconoscibili, trasformare lo stile in informazione, far passare il mondo dentro griglie che lo rendano processabile. Non è una condanna morale, è un dato di fatto: i sistemi con cui viviamo (anche fuori dall’arte) premiano ciò che si lascia comprimere, categorizzare, riutilizzare.
Nella prima sala questo scarto lo senti subito: una volta barocca (la Chiesa del Gesù, il Baciccio) diventa una danza di triangoli, raggi, frammenti che si sovrappongono alle figure, come se la pittura venisse “letta” e riscritta mentre la guardi.
Le tecniche usate
È la prima monografica romana di Quayola, romano di origine e “londinese d’adozione”, e raccoglie opere realizzate tra 2007 e 2021.
La parte più fisica è quella delle sculture: un braccio robotico lavora materiale (polvere di marmo e resina) e lo spinge verso un non-finito contemporaneo. Non è un effetto speciale: è un processo, documentato anche in video. E lì capisci il cortocircuito: la macchina non “fa Bernini”, ma ti fa pensare a Bernini mentre ti mostra un altro tipo di mano, un’altra idea di scalpello. I riferimenti espliciti – Laocoonte e Ratto di Proserpina – servono proprio a questo.
Il punto interessante, nel braccio robotico, non è “la macchina che fa la scultura”: è la redistribuzione dell’autorialità. Quayola decide vincoli, parametri, soglie, selezioni; la macchina esegue e produce varianti. In termini contemporanei, l’artista sposta la firma dal gesto alla regia del processo. Questa delega è estremamente attuale anche fuori dal museo: è lo stesso terreno ambiguo su cui si muove molta automazione di oggi, dove l’umano non scompare, ma arretra di un passo e diventa responsabile di cornici e decisioni che spesso non si vedono.
Sull’iconografia, invece, la ricodifica è più “pittorica”: traduzioni libere (spesso barocche) che chiamano in causa Botticelli, Artemisia Gentileschi, Rubens, Bernini. Qui la cosa interessante non è indovinare l’originale, ma vedere cosa resta quando l’immagine viene compressa in geometria e ritmo.
Un paesaggio digitale e immersivo
La sala del paesaggio è quella che ti prende con meno preavviso. Perché il paesaggio, quando lo ricodifichi, non sembra “futuro”: sembra un déjà-vu, come se l’impressionismo avesse trovato una macchina per continuare a muoversi. Quayola lavora su questa linea da anni: dalle prime serie Bitscapes (2006) e Natures (2009) fino a Jardins d’Été e Promenade (2018), dove la natura diventa un processo generativo che oscilla tra rappresentazione e astrazione.
La mostra si chiude con una sala che è un bosco digitale. Quando esci, per un attimo, ti sembra che il mondo reale abbia ancora quelle interferenze. Il “bosco digitale” è anche un test sulla nostra soglia di attenzione. L’immersivo oggi rischia di diventare un formato – un’esperienza pensata per essere ricordata come immagine, o addirittura condivisa come prova di presenza. Qui, però, c’è una differenza: per funzionare deve trattenerti fisicamente, obbligarti a stare dentro una durata. E proprio questa durata è la cosa meno compatibile con l’uso quotidiano del digitale, che spinge a scorrere, saltare, sostituire. Se l’opera regge, lo fa quando riesce a non essere “contenuto” e a restare ambiente: non qualcosa che consumi, ma qualcosa che ti modifica per attrito.
Riassumendo
Cosa vedere: Re–coding, a cura di Jérôme Neutres e Valentino Catricalà.
Quando: 29 settembre 2021 – 30 gennaio 2022.
Dove: Roma, Palazzo Cipolla, Via del Corso 320.
Curiosità: catalogo in bookshop: ottimo, ma resta vero il tuo punto sulla mancanza di una “via di mezzo” tra brochure e tomo.