Il coraggio leggendario di Margaret Bourke-White
Margaret Bourke–White è una fotografa leggendaria, come lo sono certe immagini che la raccontano meglio di qualsiasi biografia: lei in equilibrio sul Chrysler Building, lei che lavora dove gli altri si fermano un passo prima. È una leggenda anche per il modo in cui ha attraversato la storia: non a distanza, ma dentro.
E poi c’è l’ultima parte della vita, quando quel corpo che l’aveva portata ovunque diventa una gabbia. A ritrarla in quegli anni è Alfred Eisenstaedt, “un fotografo gentile e di grande talento”. E lei, che camminava dove molti avevano paura, si ritrova a combattere il Parkinson: prigioniera di sé stessa, come chiusa in un armadio e incapace di uscire.
Oggi quel titolo, Prima, donna, suona meno come un’etichetta celebrativa e più come una domanda scomoda: quanto serve ancora essere “la prima” per passare certe soglie? Sulla carta, in Italia, la parità è quasi completa (97,5/100 nell’indice Women, Business and the Law della World Bank). Ma i numeri del lavoro dicono che la partita è ancora strutturale: nel 2023 il tasso di occupazione femminile era 52,5% contro il 70,4% maschile; solo il 21,1% dei dirigenti è donna; e il lavoro di cura resta sbilanciato (14,4 milioni di giornate di congedo parentale usate dalle donne contro 2,1 milioni dagli uomini). Paradossalmente, le donne sono più presenti nell’istruzione (59,9% tra i laureati), ma questa “superiorità” non si traduce automaticamente in potere e continuità professionale.
E nel digitale, che dovrebbe essere il grande ascensore sociale, la distribuzione dei ruoli chiave è ancora stretta: in Italia le donne sono il 15,7% degli specialisti ICT. È un dato tecnico, ma ha un effetto culturale: se stai poco dove si costruiscono infrastrutture, software e sistemi, finisci per essere più spesso oggetto dello sguardo che co-autrice delle regole.
La mostra: una retrospettiva di tanti reportage
Prima, donna (a cura di Alessandra Mauro) è una retrospettiva costruita bene perché non ti chiede di “ammirare” un personaggio: ti fa seguire un percorso. Oltre 100 immagini dall’archivio Life di New York, divise in 11 gruppi tematici che avanzano in ordine cronologico.
Si parte dall’industria: acciaierie, fabbriche, geometrie che sembrano cattedrali di metallo. Poi il passo cambia e si stringe sulle persone: la “conca di polvere” della Grande Depressione nel Sud degli Stati Uniti. E quando arriva LIFE, capisci che non è solo una collaborazione: è un modo di raccontare per storie, per sequenze, per ossessione.
Da lì il mondo si apre e insieme si incupisce: la Russia dei piani quinquennali, la guerra (con una divisa pensata apposta per una donna corrispondente), e poi i campi. Buchenwald è uno di quei punti in cui non puoi più “guardare” e basta: devi reggere lo sguardo.
E non finisce lì: India al tempo dell’indipendenza, Sudafrica dell’apartheid, segregazionismo nel Sud degli USA (anche a colori), visioni aeree dell’America, e infine una sezione che sposta tutto sul personale: la sua “misteriosa malattia”, la lotta finale contro il Parkinson.
Dentro questa scansione, la cosa che resta è la sua capacità di cambiare registro senza perdere precisione: dalla forma alla ferita, dalla propaganda all’orrore (e alle sue ambiguità), dalla distanza al dettaglio.
Il sorriso accennato di Iosif Stalin
C’è una fotografia che, nella mostra, non è urlata. È quasi “media”, quasi discreta. E proprio per questo resta appiccicata: Stalin a Mosca, 1941. Bourke–White riuscì a ottenere una sessione di posa con lui, e quel mezzo sorriso — appena accennato — continua a tornare in mente anche dopo, perché stona.
Nel catalogo (che contiene anche estratti autobiografici) è riportato un retroscena che spiega quel momento di cedimento: tensione, rigidità, la fotografa inginocchiata per l’inquadratura dal basso, e alcune lampadine che le rotolano fuori dalle tasche come palline. Un attimo di comicità involontaria, sufficiente a crepare la maschera. Dopo pochi scatti, Stalin torna “di ghiaccio”.
E lì sta il punto: non è “una bella foto”. È una foto che ti costringe a chiederti cosa stai guardando davvero. E quanto pesa, eticamente, “raccontare il mondo agli altri”, quando il mondo è fatto anche di potere, violenza, propaganda, sopravvivenza. Oggi che le immagini del potere circolano in tempo reale e vengono consumate come contenuto, quella domanda non si alleggerisce: cambia solo la velocità con cui proviamo a chiuderla.
Prima, donna oggi
Rileggere questa mostra adesso significa anche smettere di usare “prima” come categoria eroica e iniziare a leggerla come sintomo. Oggi, almeno nelle norme, l’accesso è molto più largo di allora. Ma l’esperienza concreta del lavoro racconta altro: la distanza non sta tanto nel “poter entrare”, quanto nel restare, nel crescere, nel non essere risucchiate ai margini appena la vita chiede qualcosa indietro.
I dati italiani degli ultimi anni mettono insieme due fatti che, presi singolarmente, sembrano in contraddizione: le donne sono una quota altissima tra laureate e diplomate, ma nel lavoro pesano ancora meno (occupazione più bassa, più part-time involontario, meno ruoli apicali). Il punto non è la competenza: è l’attrito strutturale — cura, continuità, accesso al potere, qualità dei contratti.
E il digitale non ribalta automaticamente questa dinamica. Anzi: nei ruoli che decidono come funzionano strumenti, piattaforme, algoritmi — cioè nei ruoli ICT — la presenza femminile resta bassa. Questo ha un effetto culturale oltre che economico: se stai poco dove si scrivono le regole tecniche, rischi di restare più spesso dentro l’immagine che dietro l’infrastruttura.
In questo senso Bourke–White non è soltanto “una prima donna” in senso celebrativo. È una misura. Ti ricorda quanta parte del progresso femminile, ieri come oggi, venga ancora raccontata come eccezione individuale — e quanto sarebbe più sano, invece, quando non ci fosse più bisogno di essere “la prima” per fare semplicemente il proprio lavoro.
Riassumendo
Cosa vedere: Prima, donna. Margaret Bourke-White, a cura di Alessandra Mauro.
Dove: Museo di Roma in Trastevere, Roma.
Quando: 21 settembre 2021 – 30 aprile 2022 (prorogata).
Curiosità: consiglio il catalogo (anche per gli estratti autobiografici).
Fonti
Fonti dati usate: INPS Rendiconto di genere 2024 ; World Bank Women, Business and the Law 2024 (Italia 97,5/100) ; Eurostat quota donne tra gli specialisti ICT in Italia (15,7%) . Per contesto UE/Italia sull’indice di parità EIGE 2024