“COSA CI FA QUI LA PUPA?”
«Che ci fa qui la pupa, qui si fa sul serio!» — così, Maria Lai racconta l’accoglienza (tagliente) di Arturo Martini all’Accademia di Belle Arti di Venezia, dove lei era l’unica donna tra i suoi allievi.
Lai, però, non arretra. Incassa la diffidenza, resta al suo posto e si costruisce una lingua personale: ago e filo come alfabeto, tessuti come pagine, fiabe e geografie come mappe interiori e collettive. Da quella radice nascono telai, “libri cuciti”, racconti popolari ricuciti e trasformati in forme d’arte che non somigliano a nient’altro.
A farle da emblema, fin dall’infanzia, c’è una figura che ritorna come un talismano: la capretta. Suo padre la definiva una capretta «ansiosa di precipizi» — un’immagine che Lai assorbe e rielabora fino a farne metafora della condizione dell’artista: curiosa, ostinata, attirata dal bordo.
E c’è un altro tratto, più intimo, che illumina il suo carattere: la distanza. Lai dice di aver amato stare sola, nascosta, ad “ascoltare il silenzio”, e confessa senza giri di parole: «Non sopporto di essere amata più di tanto».
Da adulta, la sua definizione dell’artista è disarmante e lucidissima: «L’artista rimane un essere umano imbranato, svitato che però sa sognare l’impossibile». È qui che la “pupa” diventa, con pazienza e immaginazione, una figura centrale: non perché si impone, ma perché tiene il punto e continua a inventare.